BREXIT E EUREXIT

Gli europei sono andati a letto giovedì notte, con gli exit poll che avevano dato un buon margine di vittoria per il Remain. La mattina seguente si sono svegliati scoprendo che il risultato è stato l’opposto.
Gli specialisti in sondaggi dicono che questo accade quando gli elettori non si sentono a loro agio nel dichiarare il loro vero voto perché a livello razionale non sanno come spiegare il perché del loro voto reale. In altre parole, gli elettori agiscono secondo le proprie viscere, non secondo il proprio cervello.
La Brexit si è realmente basata su sentimenti viscerali. E’ stata una campagna di paura. La campagna “Leave” è stata svolta sull’invasione massiccia della Gran Bretagna da parte dei turchi, conseguente alla loro ammissione nell’UE (un falso totale); sul fatto che la Gran Bretagna stava pagando alla UE 50 milioni di sterline al giorno (di nuovo, cifre false), ma la questione centrale sollevata, soprattutto da Boris Johnson, era: non saremo più liberi. Riprendiamoci la nostra indipendenza. E così subito il paragone tra la UE e la Germania nazista che volle conquistare l’Europa. Naturalmente, la sua intenzione era semplice: spingere Cameron a dimettersi e prendere il suo posto. Un buon esempio di idealismo.
Questo anelito di indipendenza ha toccato il nervo nazionalista della nostalgia dei tempi imperiali. Siamo di fronte ad enormi maree di stranieri che ci invaderanno se restiamo in Europa e non abbiamo alcun controllo sui nostri confini, e così via. Il fatto che la Gran Bretagna avesse già ottenuto dalla UE il pieno controllo sui propri confini, è passato totalmente ignorato.
Ma accanto a questo specifico tratto dell’identità britannica, le ragioni per la Brexit erano comuni a xenofobi, nazionalisti e populisti, una marea che si sta diffondendo in tutta Europa. La campagna Brexit conteneva tutti e tre, più un quarto fattore emergente: la rivolta della gente contro le loro élite. La campagna “Remain” ha avuto i propri sostenitori; dai leader dei partiti dei Tory e del Labour, a tutto il settore industriale e finanziario, dal Fondo monetario internazionale, alla BCE, da Obama alla Merkel, dall’élite dei media (Financial Times, Economist) alla Lega Calcio. Anche la loro campagna è stata basata sulla paura: se usciamo perderemo i mercati, il nostro deficit aumenterà, e il nostro sistema di welfare sarà a rischio.
Ciò che ora finalmente gli analisti stanno cominciando a capire è che gli argomenti razionali non contano più. La paura è più importante. E tutto ciò che sa di elite e di istituzione crea una reazione iconoclasta, buttare via le icone delle élite. L’invito al cambiamento è ora un nuovo fattore della politica in tutta Europa. Un buon esempio è la città di Torino, dove pochi giorni prima della Brexit un sindaco uscente onesto, efficiente e rispettato Piero Fassino (che aveva fatto un buon lavoro), ha perso contro una giovane candidata senza alcuna precedente esperienza. La gente sente il bisogno di buttare via tutto il vecchio, perché chiaramente non è riuscito a soddisfare le loro esigenze.
E’ troppo presto per prevedere un smembramento del Regno Unito, con la Scozia che rivendica a sua volta la sua indipendenza. La Brexit è stata decisa dall’Inghilterra, dove un numero considerevole di cittadini improvvisamente avverte un risveglio della propria identità. E’ lo stesso appello di Le Pen in Francia (un altro impero perduto), che ha aperto un dibattito sull’identità francese, che non vuole diluita dal multiculturalismo, né dagli immigrati, soprattutto musulmani, e per questo riacquisire il controllo delle frontiere, fuori dal dominio dell’Unione europea.
L’anno prossimo, avremo le elezioni sia francesi che tedesche. Marine Le Pen è ora leader del più grande partito in Francia, sarà difficile tenerla fuori dal potere. Poi le elezioni in Germania vedranno una crescita di Alternative fur Deutschland, che vuol dire ritorno della identità tedesca e della sovranità, la base per lasciare l’Europa. Tutti gli xenofobi dei partiti di destra hanno espresso il loro entusiasmo per la Brexit, che sta dando loro più spinta. Brexit arriva dopo le elezioni austriache, dove la destra ha perso per pochi voti. Se le elezioni si svolgessero oggi in Olanda, il partito xenofobo olandese potrebbe essere il più grande. E in totale simmetria, Donald Trump ha espresso il suo entusiasmo per la Brexit.
Uno dei pochi elementi positivi della Brexit è che vi è ora un crescente coro sul fatto che la globalizzazione non ha mantenuto le sue promesse: benessere per tutti. Al contrario, ha creato una drammatica disuguaglianza sociale, con poche persone che hanno la maggior parte della ricchezza nazionale, e molte abbandonate fuori di essa. Secondo le statistiche OCSE, l’Europa ha perso 18 milioni di cittadini della classe media, negli ultimi 10 anni. Il fatto che i banchieri sono stati unanimi sul “Remain”, ha avuto l’effetto contrario su quel 27% dei cittadini britannici che hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese, mentre vedono oltre 1.000 banchieri e 1.500 CEO guadagnare più di 1 milione di sterline all’anno. Ora anche il FMI sta pubblicando studi su come la disuguaglianza sociale sia un colpo per la crescita, e sull’importanza di investire su politiche di welfare di inclusione e di pari opportunità.
Questo sta accadendo, qualcuno potrebbe dire, perché la reazione alla globalizzazione non crea solo onde di destra. Con la sensazione che tutti coloro che nel sistema stanno ignorando i loro problemi, nuovi movimenti di massa stanno provenendo da sinistra, come Podemos in Spagna o Sanders negli Stati Uniti.
In Italia pochi giorni fa, dopo aver vinto le elezioni provinciali, il movimento 5 Stelle ora sembra prepararsi ad assumere il governo nazionale, in mano ad un partito socialdemocratico, il PD. Dopo due anni al potere, il giovane Matteo Renzi sembra già una vecchia figura dell’establishment.
Forse sarà anche chiaro che l’UE soffre dello stesso problema. Tutti parlano del suo ruolo marginale nel mondo, del fatto che i burocrati non eletti di Bruxelles vivono fuori dalla realtà, e si dedicano a discutere di regole su come imballare i pomodori, indifferenti ai problemi del cittadino europeo. Dovremmo fermarci a riflettere sul fatto che questo è lo stesso tipo di critica di cui sentiamo parlare alle Nazioni Unite. Le organizzazioni internazionali possono fare solo ciò che i loro membri consentono loro di fare. L’UE è una organizzazione sovranazionale (la sola esistente), ma tutto il potere politico è nelle mani del Consiglio dei Ministri, in cui i governi presidiano le decisioni da prendere. Alla Commissione è lasciato il compito della loro attuazione, e i burocrati (lo stesso numero di coloro che gestiscono la città di Roma), hanno l’autonomia di decidere le dimensioni degli imballaggi dei pomodori. Poi lo stesso governo nazionale che ha preso le decisioni, trova conveniente denunciare l’inefficienza dell’UE, e lamentarsi che non c’è una politica esterna europea. Questo gioco irresponsabile sta avendo in Brexit un risultato concreto, ed i governi dovrebbero pensare ora attentamente sul perseverare su questo cammino del doppio standard.
In ogni caso, il re ora è finalmente nudo. L’Europa si sta disintegrando, e una grandissima responsabilità ricade sulle spalle tedeschi. La Germania ha bloccato ogni tentativo di creare un’Europa economica e misure sociali, perché non vogliono pagare gli errori dei paesi debitori, Grecia, Italia e paesi del sud dell’Europa. Il ministro tedesco dell’economia, Schäuble, ha attribuito al governatore della BCE, Draghi, il 50% del successo del partito xenofobo Alternative fur Deutschland nelle ultime elezioni. Draghi, stava sviluppando una politica nell’interesse dell’Europa, e non degli elettori tedeschi. La Germania è di gran lunga il paese più potente nella EU. E’ ironico sapere che tutti i posti importanti nella burocrazia UE, sono stati occupati da inglesi e tedeschi. In realtà, quelli che controllano la burocrazia e il dibattito sulla confezione di pomodoro provengono da questi due paesi. E la Merkel è considerata come colei che gestisce l’UE. In effetti, l’accordo fatale con Erdogan sui rifugiati, è stato deciso dal cancelliere tedesco, senza nemmeno consultare la Francia.
Ora la Germania deve decidere: o continuare il suo percorso per germanizzare l’Europa, o ritornare ad essere nuovamente una Germania europea, così come lo era quando la capitale era Bonn. La Germania ha costantemente ignorato tutti gli appelli europei e internazionali per una politica diversa nella UE. Ha rifiutato aumenti di spesa, condivisioni di finanziamenti, ogni iniziativa sulle obbligazioni europee o qualsiasi altra misura di socializzazione della crisi. Ma sarebbe un errore pensare che questo è dovuto alla peculiare personalità di Schäuble. La grande maggioranza dei cittadini tedeschi condividono la convinzione che non devono pagare per errori di altri. Per essere onesti, il governo tedesco non ha mai cercato di istruirli sulle necessità europee. E ora, forse è troppo tardi…
Pertanto, le prossime elezioni saranno difficili per il governo. Un partito sempre più insulare, l’AfD dovrebbe avere una grande crescita, ed i due partiti tradizionali sono molto preoccupati. Merkel cercherà di portare via alcune delle bandiere AFD riducendo ulteriormente la sua politica europea. Che cosa dovrà fare ora dopo la Brexit? Tentare di avviare un’Europa a due velocità, con i paesi baltici, Polonia, Ungheria e tutti gli altri euroscettici fuori di essa? O è pronta a cambiare la sua politica centrata su se stessa e giocare un vero ruolo europeo, nonostante la crescita dell’Afd? L’Europa ora dipende chiaramente dalla Germania… Qui vedremo se Merkel è una statista o semplicemente un politico nazionale di successo…

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